Il rischio del secondo disco è noto: replicare ciò che ha funzionato oppure cambiare così tanto da perdere ciò che rendeva riconoscibile un progetto. La Tempesta Gentile sceglie una terza possibilità. Prende il punto d’arrivo del precedente lavoro, lo shoegaze, e lo trasforma nel punto di partenza di “Assenza e Rumore”.
È una differenza sostanziale.
Perché qui lo shoegaze non viene abbandonato, ma nemmeno trattato come una formula da conservare. Rimane nella densità, nelle stratificazioni, nell’uso del suono come ambiente più che come semplice accompagnamento. Intorno, però, il campo si allarga: trip-hop, elettronica ed electroclash entrano nel vocabolario del disco, mentre basso processato, batteria, synth e handpan costruiscono un equilibrio continuamente sottoposto a variazioni.
Ciò che colpisce è che l’elettronica non viene utilizzata come decorazione. Non ci sono semplicemente synth appoggiati sopra una struttura preesistente: cambia il rapporto tra pieni e vuoti, cambia la pulsazione, cambia il modo in cui le diverse componenti interagiscono tra loro.
A rendere tutto ancora meno classificabile interviene l’handpan, che introduce un timbro caldo e circolare dentro una materia sonora spesso scura e stratificata. È uno dei contrasti più efficaci dell’album: qualcosa di profondamente organico inserito in un ambiente nel quale effetti ed elettronica hanno un ruolo determinante.
Il titolo contiene la chiave per attraversare le dieci tracce. Assenza e rumore non sono necessariamente due condizioni opposte. La band parte dall’intuizione che l’assenza possa essere rumorosa quanto una presenza e che, viceversa, un rumore costante possa diventare così abituale da scomparire progressivamente dalla percezione.
Il disco si muove continuamente dentro questa contraddizione, declinandola attraverso relazioni, identità, conformismo, fragilità e perdita.
“Pianeta Interno” lavora sull’invisibilità delle presenze. Venere e Mercurio diventano l’immagine di quelle persone che continuano a orbitare nella nostra esistenza pur non essendo più visibili. La distanza non coincide necessariamente con la scomparsa, ed è proprio questa ambiguità ad aprire il concept dell’album.
“FANTASMA” cambia prospettiva. Qui il discorso diventa più sociale e la tendenza assume le sembianze di un fiume in piena dal quale è necessario provare a salvarsi. Dietro la metafora emerge una riflessione sull’omologazione e sulla difficoltà di preservare un pensiero autonomo quando tutto intorno sembra spingere nella stessa direzione.
“Aral” è invece una fotografia della sottrazione. Un enorme lago diventato quasi deserto offre una delle metafore più immediate e riuscite dell’intero album. Le relazioni non alimentate possono prosciugarsi nello stesso modo, lasciando un territorio apparentemente vuoto nel quale rimangono però evidenti le tracce di ciò che esisteva.
La tensione cambia con “Fuori Dai Guai”. Qui l’apatia diventa il vero nemico e persino una certa quantità di problemi può avere una funzione vitale. Non si tratta di cercare volontariamente il caos, ma di riconoscere che affrontare qualcosa, reagire e provare a risolverlo significa anche continuare a sentirsi partecipi della propria vita.
“Linea Unica” porta questa ricerca direttamente sul terreno sonoro attraverso l’invenzione del “reggaze”, incontro volutamente improbabile tra reggae e shoegaze. Giamaica e Inghilterra, rasta e shoegazer, nero e bianco: gli opposti vengono messi in comunicazione anziché essere tenuti separati.
Il gioco nasconde una dichiarazione precisa. La Tempesta Gentile non sembra interessata alla purezza dei generi, ma alle possibilità che si aprono quando le categorie vengono attraversate.
“Invisibile” riporta il racconto dentro una dimensione più intima. Le relazioni impossibili, gli amanti nascosti e la ricerca di un colore capace di renderli invisibili costruiscono l’utopia di una notte perfetta destinata inevitabilmente a confrontarsi con la realtà.
“Le Sfere Di Cavendish” utilizza invece la gravità per parlare delle forze sproporzionate che possono condizionare le nostre vite. Le piccole sfere attratte da quelle più grandi diventano un’immagine della vulnerabilità umana: sentirsi piccoli davanti a qualcosa che ci attrae o ci respinge senza che possiamo controllarlo completamente.
Il dittico formato da “Vertigine I (Fragilità)” e “Vertigine II (El Capitan)” porta questa sensazione ancora più avanti. Nel primo episodio emerge la paura di perdere il controllo; nel secondo quella stessa paura viene affrontata attraverso un mantra elementare: non guardare verso il basso.
Il precipizio smette così di essere soltanto fisico. La vertigine diventa la condizione di chi avverte la propria debolezza ma deve comunque trovare il modo di procedere.
“Sogno Elettrico” chiude il percorso nel luogo ideale per un disco costruito intorno alla presenza e all’assenza: il sogno.
Durante il sonno ciò che nella realtà è impossibile può tornare momentaneamente accessibile. Una persona perduta può essere nuovamente presente, una distanza può essere cancellata, un desiderio può sembrare reale. Poi arriva il risveglio e tutto scompare di nuovo.
Rimane però quella scarica evocata dal titolo, una sensazione che continua per qualche istante anche quando il sogno è già finito.
Il nuovo album dimostra soprattutto una cosa: La Tempesta Gentile sembra interessata più alla ricerca che alla definizione. Lo shoegaze resta una radice riconoscibile, ma non viene trasformato in una formula da replicare. Serve invece come base dalla quale muoversi verso territori differenti.
“Assenza e Rumore” è per questo un secondo disco nel senso migliore del termine: non certifica ciò che La Tempesta Gentile è già diventata. Mostra soprattutto le direzioni verso cui può ancora andare.